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Dieci consigli per raccontare il digitale (tre Slides per tre post)- N° 3 PDF Stampa E-mail
Scritto da MarioEs   
giovedì 31 gennaio 2008
 
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“Mi pare davvero che la nostra attuale condizione sia quella neototemica, quella di
uno stretto isomorfismo tra il mondo e l’essere umano”
Derrick de Kerkhove
 
 
L' aspetto identitario ritengo che sia un aspetto fondamentale del rapporto socio-interattivo determinato dal medium digitale, mediante il quale possono trovare espressione da un lato le nostre molteplici e mutevoli identità, che non di rado nella realtà fisica sono schiacciate dai nostri ruoli socio-economici,  mentre dall'altro si sta delineando una identità collettiva che, per quanto frammentata in una molteplicità di "tribù digitali", grazie alla struttura di network complesso tenuto unito da legami deboli, sta cercando di riconfigurare la società così come la abbiamo conosciuta fino ad oggi  - purtroppo sempre più disgregata ed atomizzata a livello individuale - in una Rete sociale dinamica ed estremamente più sensibile alle informazioni che si generano al suo interno rispetto a quelle che provengono dai tradizionali mainstream media, che diventano una delle varie fonti di produzione culturale, ma non l'unica.

Dal monologo collettivo dei mass media si passa ad un dialogo/dibattito interattivo degli "abitanti della Rete", basato sulla collaborazione e sulla condivisione.  

Il fenomeno sociale, culturale ed economico che ne consegue è quello della "produzione non commerciale" di informazione e di cultura e della sua distribuzione a costi pressoché nulli: nascono fenomeni come la "long tail" ed i social network su cui non mi dilungo per averli già trattati su queste pagine.

Si tratta indubbiamente di un fenomeno innovativo e di portata probabilmente epocale, i cui sviluppi sono ancora difficili da presagire, ma che sicuramente fanno immaginare dei possibili nuovi modelli di sviluppo sociale, culturale e politico, oltre che economico.

Molto del portato innovativo di questa "piccola grande rivoluzione digitale" sta evidentemente nella capacità di evitare una comunicazione solipsistica ed autoreferenziale delle proprie esperienze individuali, frutto di uno stato sociale atomistico e di un utilizzo narcisistico del medium, e di contribuire a costruire davvero una esperienza comune in grado di influire in maniera sostanziale sulla società nel suo complesso e sul suo ancora troppo incerto divenire.

Come a mio parere osserva giustamente Galimberti ...
 
 
 
 
...nel concludere il suo "Psiche e Techne", occorre allora un "ampliamento psichico" che sia in grado di ridonare all'Uomo la sua capacità prometeica di progettare ed immaginare il proprio futuro e, attraverso un "nuovo sentimento del mondo", che io chiamerei nuovo sentimento collettivo, ci faccia immaginare "altri mondi possibili" oltre quello che i nostri schemi mentali e culturali - figli e schiavi dell'abitudine - ci fanno, a torto , ritenere inelluttabile e sostanzialmente immodificabile nelle sue componenti primarie (immaginiamo ad esempio la concezione dell'economia capitalistica di stampo neo liberista).
 
Si dovrebbe cioè innescare un processo che io auspicherei potesse portare ad un "punto di rottura" culturale, che McLuhan definirebbe "irreversibile", una sorta di "cambiamento di stato" di tipo entropico (in cui non si possa, cioè, più tornare indietro) che sia caratterizzato politicamente da una "democrazia 2.0" e più in generale da un "profondo isomorfismo tra l'uomo ed il mondo", che Derrick de Kerkhove già intravede in una sorta di condizione neototemica e neovitalistica, in cui la tecnica digitale (e non solo) rappresenta il nostro totem aggregante tra il "fuori" ed il "dentro", tra natura e cultura, tra organico ed inorganico, tra sè ed il mondo, tra umano e non umano.

Un ritorno al futuro, in qualche modo, una sorta di sintesi hegeliana.

De Kerkhove utilizza il termine "cosmogenismo" e lo abbina a quello di post - umano, per descrivere questo nuovo stato antropologico che si distacca dall'umanesimo e dal suo antropocentrismo e dalla sua autoreferenzialità per dirigersi verso una realtà di "simbionti umano tecnologici, cioè sistemi pensanti e raziocinanti le cui menti ed i cui sè sono sparsi tra cervelli biologici e circuiti non biologici" (De Kerkhove cita A. Clark ).

Davvero strano, se così sarà, recuperare il sentimento storico ed individuale diventando sempre più cyborg.

 
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 31 gennaio 2008 )
 
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